Unity? Non fa per me, ma… per gli altri?

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Da quando, ormai tre anni or sono, è approdato nella versione “desktop” di Ubuntu, il desktop environment Unity ha suscitato continue critiche e polemiche. Ad esso è stata attribuita una vera e propria fuga di utenti verso distro che avevano invece mantenuto un ambiente di lavoro più tradizionale, prima tra tutte la derivata Linux Mint.

In questo articolo proverò a dare un giudizio personale. O meglio, due. Un giudizio su Unity in sé, e uno sul fatto che Unity sia stata o meno una buona scelta da parte di Canonical. E come leggerete, i due giudizi non coincidono 😉

Ma andiamo con ordine. La mia scelta di DE per Linux segue una parabola comune a molti utenti del pinguino, KDE agli esordi nel 2003 con Mandrake 9.1, poi la fuga verso GNOME 2  nel 2008 dopo l’arrivo di KDE 4.0, un’avventura fugace con Xfce, infine il ritorno nel 2011 a KDE 4.6. E in tutto questo, Unity?

La prima volta lo vidi sul PC di un programmatore, al lavoro. Non mi fece una grande impressione, anche se secondo lui funzionava abbastanza bene per quel che gli serviva. Io stavo bene sulla mia Mint con GNOME 2 e mi limitavo ad osservare e leggere quel che se ne diceva sul web. Per di più critiche, un mare di critiche. Non è configurabile, è poco usabile, è lento, è inutile, doveva restare sui netbook ma sul desktop non ha senso, e così via. Qualche mese più tardi, provai KDE 4.6 e decisi di tornare ad usarlo, proprio per via della sua possibilità di personalizzazione e di adattabilità: per motivi con cui non vi annoio, mi occorreva avere sul desktop spazi di lavoro diversi tra di loro (sfondi diversi, widget diversi, applicazioni sulla daisy-dock diverse). KDE era l’unico ambiente che mi permettesse di fare questo, e molto molto altro. Ero soddisfatto.

La curiosità tipica del linuxaro però non si era spenta in me e così sulle macchine virtuali provavo di tanto in tanto qualche nuova distro. Eravamo ormai giunti al 2012, e precisamente al rilascio di Ubuntu 12.04, una LTS, di cui le recensioni parlavano piuttosto bene. Dovevo provarla. Dopo le prime ore riuscii abbastanza facilmente ad ambientarmi e a svolgere tutte le attività che normalmente svolgo al computer. Ma dicevo tra me e me : “bene… ma perché diavolo dovrei cambiare e passare a Unity? Cosa mi dà in più?“. E mi rispondevo: “ehm.. mumble mumble.. direi niente“. Anzi, dava pure qualcosina in meno se paragonata a KDE, che ha in sé la possibilità di cambiare il layout in almeno quattro diversi modi, netbook, desktop e così via, di personalizzare ogni dettaglio, di avere sfondi differenti per ogni workspace e mille altre funzionalità. Su Unity manco potevi spostare la barra.. sempre incollata lì a sinistra, che fastidio fisico! X(

L’anno trascorre, finisce, Natale, buon anno.. ed ecco, il 2 gennaio 2013, un annuncio. A darlo è Marco Degnodelloshut..ehm.. Mark Shuttleworth in persona, il fondatore di Canonical, la società dietro alla distro Ubuntu. E l’annuncio è di quelli che fanno notizia.. Ubuntu approderà sugli smartphone! E sulla carta il piano è ambizioso, si parlava non di un sistema di nicchia per pochi fan, ma di fare accordi con produttori e carriers per diffondere gli ubuntòfoni in grandi mercati in giro per il mondo. Cioè portare un sistema operativo GNU/Linux, la distro forse più popolare, al grande pubblico. Beh che dire?..  Wow 🙂

Poche settimane dopo arrivò la notizia che oltre ai telefoni il nuovo sistema mobile battezzato Ubuntu Touch sarebbe stato portato anche sui tablet, in un’idea di “desktop convergence“: un unico SO per controllarli tutti. E a quel punto capii…

Capii il progetto che stava dietro quelle scelte all’apparenza incomprensibili, la scelta di portare Unity, una shell pensata per i netbook, sui normali pc da tavolo, e guardando ancora più indietro la scelta del restyling del logo e del look della distro, dai colori ocra e marroni molto africani al viola e arancione meno caldi ma più professionali, e poi gli accordi con Valve per incoraggiare lo sviluppo del client Steam per Linux. Lo scopo finale era semplice e ambizioso al tempo stesso: creare un sistema Linux che potesse competere (non solo essere un’alternativa tecnicamente migliore, ma competere sul mercato) con Windows, Mac, iOS e Android. Esticazzi, hai detto niente…

Questa rivelazione ha dunque mutato la risposta alla mia domanda “Cosa mi dà Unity in più”? No. La mia risposta non cambia. A me, con le mie esigenze, la mia storia decennale di utente Linux, il mio modo di lavorare, niente. Sul mio PC resta KDE.

Ma se dovessi scegliere un’interfaccia che serva e che piaccia a un pubblico la cui storia, le cui esperienze, le cui esigenze sono probabilmente opposte alle mie, e che rappresenta probabilmente il 90% delle persone che al mondo usano un computer,  Unity sarebbe la scelta adatta? A questa domanda, rispondo:.

Perché? Beh.. il post si è allungato un po’ troppo. Ma prometto che di questo, cari amici, “vi racconterò la prossima volta” 😉

 

  • Kevin

    L’unico progetto di Mark è far fuori la community e far soldi sugli utonti

    • thetall82

      Beh che dire.. pensiero espresso in modo sintetico ma chiaro 😛

      Per quanto riguarda il “far fuori la community”, anche se non son d’accordo sui modi di alcune uscite di Shuttleworth, credo che stia semplicemente assumendo un ruolo diverso. Se lo scopo è davvero, come sembra, portare linux a un pubblico più vasto
      (cioè milioni di persone che usano un pc senza sapere cosa sia linux e magari neanche cos’è un sistema operativo), la strada che l’attuale community sceglierebbe magari non è la migliore.
      Come spiego nel post, a me piace la personalizzazione, so cos’è e la sfrutto per migliorare la produttività del lavoro. E molti utenti di linux di lungo corso e anche più esperti di me probabilmente ragionano allo stesso modo.
      E di conseguenza sceglierebbero un DE adatto a questo scopo. Oppure pensato per il destktop, perché sul netbook (esistono ancora?) o il tablet usano una distro o un DE differente. Ma per “gli altri”, i “non linari” non è così.

      Sugli utonti, beh.. mi ci metto anch’io, rispetto a tanti più esperti di me. E’ un’ottima cosa imparare, in qualunque materia.
      Però secondo me spesso si definisce “utonto” chi non sa ricompilare il kernel o utilizza più volentieri un’interfaccia grafica che il terminale, e francamente mi sembra un po’ eccessivo 😉

      Infine sul fare soldi… beh i soldi servono, e ai progetti open source servono molto. Del resto anche il free software si autodefinisce free as in free speech, e non come in free beer. Ubuntu è a sorgente libero ed è anche gratuita, quindi mi pare normale che cerchi partnership o altre fonti di entrate per finanziarsi.

  • thetall82